Il guerrigliero: un riformatore sociale – Ernesto Che Guevara

Riceviamo e volentieri pubblichiamo:

Abbiamo già definito il guerrigliero come come un uomo che fa sua l’ansia di liberazione del popolo e che, consumati i mezzi pacifici per conseguirla, dà inizio alla lotta, si trasforma nell’avanguardia armata della popolazione combattente.
All’inizio della lotta, lo fa con l’intenzione di distruggere un ordine ingiusto e pertanto, più o meno velatamente, con l’intenzione di porre qualcosa di nuovo al posto del vecchio.

Abbiamo detto anche che, perlomeno nelle attuali condizioni dell’America, e di quasi tutti i paesi poco sviluppati economicamente, i luoghi che offrono condizioni ideali per la lotta sono luoghi rurali, per cui la base delle rivendicazioni sociali che il guerrigliero solleverà sarà un cambiamento della struttura della proprietà agricola.
L’insegna della lotta durante tutto questo periodo sarà la riforma agraria.
All’inizio, quest’insegna potrà essere completamente definita quanto alle sue aspirazioni e ai suoi mezzi, oppure, semplicemente, farà riferimento alla fame secolare che il contadino ha della terra in cui lavora o che desidera lavorare.
Le condizioni in cui si potrà realizzare una Riforma Agraria dipendono dalle condizioni che esistono prima di iniziare la lotta e dalla profondità sociale della medesima.

Ma il guerrigliero, in quanto elemento cosciente dell’avanguardia popolare, deve osservare una condotta morale capace di accreditarlo come il vero sacerdote della riforma che esige.
All’austerità imposta dalle difficili condizioni della guerra deve aggiungere l’austerità che nasce da un rigoroso autocontrollo che gli vieti ogni minimo eccesso, ogni licenza, anche qualora le circostanze dovessero permettergliela.
Il soldato guerrigliero dev’essere un asceta.

E quanto ai rapporti sociali, essi varieranno in concordanza con lo sviluppo della guerra.
In un primo momento, quasi appena iniziati questi rapporti, egli non potrà in nessun caso tentare di trasformare la composizione sociale del luogo.
Le merci che non si possono comperare verranno pagate con buoni, e questi verranno riscattati alla prima occasione.
Il contadino va sempre aiutato, tecnicamente, economicamente, moralmente e culturalmente.
Il guerrigliero sarà una specie di angelo tutelare sceso sulla zona per aiutare sempre il povero e per dare il minor fastidio possibile al ricco; ciò nei primi momenti dello sviluppo della guerra.

Ma questa seguirà il suo corso; le contraddizioni andranno acutizzandosi, verrà il momento in cui molti di quelli che guardavano alla rivoluzione con una certa simpatia assumeranno una posizione diametralmente opposta, e daranno il primo appoggio alla battaglia contro le forze popolari.
In questo momento il guerrigliero deve agire e deve trasformarsi nel vessillifero della causa del popolo, punendo con giustizia qualunque tradimento.

La proprietà privata dovrà assumere, nelle zone di guerra, la sua funzione sociale.
Vale a dire:
la terra eccedente, gli utili non necessari al mantenimento di una famiglia agiata dovranno passare nelle mani del popolo e venir distribuiti equamente e con giustizia.
Va sempre rispettato il diritto del proprietario ad essere risarcito delle parcelle confiscate per il bene sociale, ma questo risarcimento verrà fatto in buoni (“buoni della speranza”, li chiamava il nostro maestro, il generale Bayo, riferendosi al vincolo che si stabilisce tra il debitore e il creditore).
Le terre, le proprietà o le industrie dei nemici riconosciuti e diretti della rivoluzione devono passare immediatamente nelle mani delle forze rivoluzionarie.

E approfittando del calore della guerra, di questi momenti in cui la fraternità umana assume i suoi valori più alti, occorre incoraggiare ogni tipo di lavoro di collaborazione che la mentalità degli abitanti della zona permetta.
Il guerrigliero, in quanto riformatore sociale, non solo deve costituire un esempio quanto alla sua vita, ma deve anche orientare costantemente gli altri sui problemi ideologici, con quel che sa e con quel che pretende di fare in un determinato momento e, inoltre, con ciò che viene imparando col trascorrere dei mesi o degli anni di guerra, che agiscono favorevolmente sulla concezione del rivoluzionario, radicalizzandolo man mano che le armi dimostrano la sua potenza e man mano che la situazione degli abitanti del luogo si fa carne del suo spirito, parte della sua vita, ed egli comprende la giustizia e la necessità vitale di una serie di trasformazioni la cui importanza teorica era evidente già prima, ma la cui urgenza pratica restava, il più delle volte, nascosta.

Tutto ciò avviene, molto spesso, perchè gli iniziatori della guerra di guerriglia o, per meglio dire, i dirigenti della guerra di guerriglia non sono uomini che stiano giorno per giorno con le spalle curve sopra i solchi; sono uomini che capiscono la necessità delle trasformazioni riguardo al trattamento sociale dei contadini ma, nella loro grande maggioranza, non hanno mai sofferto delle amarezze di questo trattamento.
Avviene così – e qui sto, partendo da essa, ampliando l’esperienza cubana – che si produca una vera e propria interazione tra questi dirigenti, che insegnano al popolo coi fatti l’importanza fondamentale della lotta armata, e il popolo medesimo, che si solleva in lotta e insegna ai dirigenti le necessità pratiche di cui parlavamo.
Così, dal prodotto di questa interazione tra il guerrigliero e il popolo, procede una progressiva radicalizzazione, che andrà accentuando le caratteristiche rivoluzionarie del movimento e che gli darà un’ampiezza nazionale.

Tratto dal libro “La guerra di guerriglia” di Ernesto Che Guevara

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